26/04/2007
Un non-luogo
Gli aeroporti, come le stazioni, sono uno degli ultimi posti rimasti in cui non siamo niente. Torniamo a essere numeri, passeggeri anonimi in attesa, anime in transito col proprio bagaglio di pensieri sparsi e frenesia. Capita allora di ascoltare le storie di chi è seduto di fianco a noi e di aprirci all'inconsistenza di due chiacchiere pulite e frutto del caso. Quale che sia la destinazione è solo una volta scesi dall'aereo che agguantiamo nuovamente la nostra porzione di vita, quella che ci spetta, e torniamo a essere individui. Ognuno con la propria valigia, i propri sorrisi, ansie, passi svelti. E non è facile la vita... querida... persi in questo angolo d'Europa... unita... Londra, Parigi, New York, Pechino, Torino, Utopia... è solo nei posti di passaggio che possiamo permetterci il lusso di non essere...
14:00
Scritto da: egidio.guerra
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19/04/2007
Piccolo piccolo...
Viviamo un tempo piccolo, impastato con saliva e respiro pesante, e se smettiamo di guardare oltre la punta dei piedi finiremo per picchiare la faccia contro un muro. Oppure contro un albero ché se anche è più bello non è detto faccia meno male. La bellezza tormentosa di un'esistenza fine a se stessa, che non chiede, che non dà se non bellezza in sé. Gioia e dolore hanno spesso la stessa intensità e si piange in entrambi i casi. La stretta connessione tra bellezza e dolore, in realtà, non manca di stupirmi perché più una cosa è bella e più la sentiamo fisicamente. E a volte va via, sfiorisce, fugge o semplicemente si estingue. Come una musica che finisce, la primavera che va, qualcuno che prende il volo. Non ho mai imparato a gridare, anche se alzo spesso la voce. Ma non è igienico per niente, alzare la voce, e ristagnano i fluidi cattivi che ribollono e fermentano mentre le guance impallidiscono e arrossiscono le mani. E io non lo so se c'è qualcosa dopo... so che viviamo un tempo piccolo... e allora tanto vale volersi bene adesso.
11:31
Scritto da: egidio.guerra
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16/04/2007
Una storia da raccontare
Le ombre si contraggono ai lati della piazza e sembrano venire meno con l'altalenarsi dei miei umori. Una vecchina mangia un ghiacciolo e lascia che si sciolga un po' al sole. Sono senza denti, mi dice, e non è mica vero che a un certo punto viene meno la fame. Sono i denti che ti tradiscono. E la polvere del tempo se la ride mentre si posa lieve e inodore sulle spalle, sugli occhi, su quelle mani coperte di chiazze e vene azzurre. E se è vero che ogni mano ha una storia da raccontare le sue parlano di artrite e impazienza, nodi venuti al pettine, rose, spine. E un sorriso sdentato che sa di anticaglie, oggetti di cui neppure ricordo il nome, il mantice per accendere il caminetto, un cavatappi a muro, un imbuto di latta. Lenti, lenti, lenti. Invecchiando si diventa lenti e presenti, costanti, come un'abitudine qualsiasi. Strizzo gli occhi ed è ancora lì. Allungo una mano per sfiorarle una guancia e si squaglia come il ghiacciolo che ha in mano. Strizzo di nuovo gli occhi, ma è colata via, come un acquerello sotto la pioggia, come un sogno che indugia e che non sappiamo afferrare. Domani la troverò seduta sulla stessa pietra squadrata e se avrò fortuna avrà vent'anni. E una storia da raccontare.
16:23
Scritto da: egidio.guerra
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12/04/2007
Gonfiano, gonfiano, fino a gocciolare via...

Ma chi se l'aspettava questa vita pagana? Questi ultimi anni trascorsi a dissacrare prima ancora di costruire, a distogliere lo sguardo schifati di fronte a cibi precotti, libri già letti, posti già visti. L'atteggiamento distaccato che segue il disincanto, la presunzione pruriginosa di saper cosa non si vuole, non ora, non più. E tutto sembra verde di muffa e stantio, lontano dai colori brillanti che punzecchiano gli occhi e i fianchi quando ancora ci si stupisce per la meraviglia di ogni cosa. Ma chi se l'aspettava che a un certo punto la vita finisce? Tutta quell'acqua che bolle e che a un certo punto si consuma lasciando una scia bianca incrostata sul fondo. La vita finisce e ce n'è una e basta, per cui bisogna fare in fretta. E allora quest'ansia d'accumulo e di costruzione, l'affanno nel trovare un senso nelle cose, la schiena dritta, gli occhi bene aperti. E poi la vita arriva da un'altra parte, semplice, vera. Era un puntino nella tua pancia, un puntino viola piccolo piccolo che s'è fatto gambe, poi braccia, poi vita. Ché se anche nuota ancora lì dentro e tiene gli occhi chiusi impregna questi giorni di zucchero e attesa che gonfiano, gonfiano, fino a gocciolare via. Ci sono gioie che colpiscono fisicamente, come un abbraccio stretto, e ti sorprendono in un pomeriggio come un altro con tutta l'immediatezza della loro bellezza. Una bellezza nitida e gentile, che non grida, non s'imbelletta, ma semplicemente è. Un altro spruzzo d'esistenza, uno dei tanti, il vostro. E voi due siete quel sogno che ogni ragazzina confessa, che ogni uomo conserva tra le pieghe delle mani e ogni tanto nasconde per ripararlo dal freddo.
17:54
Scritto da: egidio.guerra
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05/04/2007
Di notte...

Un giorno m'hai detto vieni che giochiamo alle aquile. E siamo saliti sul tetto che la città dormiva e la luce dei lampioni si disfava nel buio fuliggine di vino e gatti randagi. Di notte le città si assomigliano tutte. E tiravamo sassi giù in strada, coricandoci e facendoci piccoli piccoli, ben attenti a non far male a nessuno, con la sciarpa sul naso e le mani sugli occhi. Poi la paura di aver poco tempo e giù a perdifiato sul porfido lucido, anche se le insegne erano tutte spente e non pioveva da giorni. Il freddo confonde e altera le linee di fondo. Una volta ch'è giorno ci si rende conto che di silenzio non si è mai sazi. Anche se spaventa a morte e due braccia sembrano troppo poche per reggerlo da soli. Ma silenzio e assenza si annodano in un tango morboso e appiccicaticcio e quando la musica finisce rimane solo un rimpianto assordante. Ogni giorno porta con sé un nuovo incanto, a volte è davvero solo il cuore che non basta agli occhi.
17:40
Scritto da: egidio.guerra
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Inutile

Odor di solvente che parte da sotto la leva del cambio, chimico e scorticante, messo lì per coprire, non per risolvere il problema. Ché pulirla, la macchina, sarebbe costata troppa fatica e allora un deodorante a buon mercato e il problema si circumnaviga così. Il mio meccanico/factotum si chiama Carbone e il vero nome chissà qual è. Ma i soprannomi sono taglienti ché un po' ci rappresentano e un po' rappresentiamo loro. Gli anni passano e ci s'incrostano addosso abitudini e dicerie, nomi di fantasia, impressioni. Carbone ha le mani nere, le unghie spaccate qua e là e la tutina blu con la cerniera davanti. Stamattina l'ho guardato e gli ho detto "Carbone... questo deodorante sa di solvente, ma non risolve nulla, com'è sta storia?" Si è acceso una sigaretta con calma, m'ha guardato un minuto e m'ha detto "Tu dovresti pensare meno alle parole e cominciare a lavartela da solo. Con le parole ci mangi mica, sono loro che mangiano te..." Uhm... eh... già... vabbè... Strano che nessuno m'abbia mai chiamato inutile di soprannome...
12:50
Scritto da: egidio.guerra
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04/04/2007
Tra corsivi e punti e virgola...
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Quando qualcosa gocciola giù rispolvero il cappello di tweed. Anche se ormai fa caldo, anche s'è vecchio e consunto, anche se non sempre si tratta di pioggia. Ci si affeziona al grigiume e alla mestizia perché paradossalmente ci fan sentire vivi. L'allegria e il colore hanno una qual connotazione frivola, in qualche modo squalificante. Inciampiamo tra corsivi e punti e virgola, tutti quanti, tutti noi che abbiamo deciso a nostro modo di accartocciarci tra queste pagine fatte di nulla. Tutti noi che per un motivo o per l'altro abbiam deciso d'improvvisarci osti, barman, ristoratori, venditori ambulanti, bottegai. Qualsiasi cosa pur d'ingrassare e gonfiar la pancia del nostro ego.
15:01
Scritto da: egidio.guerra
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